no-ponte_1462633790977

Lo sguardo dell’adorno





Come un velo scese sui suoi occhi. Il lucente giallo zafferano delle sue iridi si offuscò. Le sue mille pagliuzze dorate scomparvero. Pareva un vate cieco, perso nei cieli. Come una lamina metallica scese per brevissimi istanti a pulirgli la cornea. Il vento si infilava tra le sue piume. Sembrava un fiume in cerca della sua strada, tra rocce ed arbusti. Invece era soffice e rarefatta aria in morbidi anfratti. Dentro, ficcata, fresca e leggera.

Non muoveva le ali. In stallo perfetto, sospeso, come se una mano invisibile volesse levargli il peso, per fargli godere lo spettacolo.

Dall’alto sembrava che un’ascia avesse reciso la terra in due ed il mare si fosse riversato in quello slargo. Acque turbinose scendevano in un canale nuovo. Alte onde su quella che era una terra unica. Una massa liquida e potente a colonizzare una terra assetata. Potevi anche sentire l’odore di quella spuma antica. Le alghe, il muschio e l’erba bagnata. Sembrava ci fosse nell’aria una memoria di quel giorno. Come una grande energia, trasudava ancora in quel taglio.

L’adorno girò il capo, il suo occhio puntò la costa calabrese.

Le due punte di terra erano come mani distese. I monti si arrestavano all’improvviso vicino al mare, come se si fossero accorti all’ultimo momento della sua presenza. Il giallo color tuorlo della ginestra si allargava in slarghi verdi e giocosi che si lanciavano in corsa fino alla riva.

Sorridevano felici all’altra costa. L’aria sapeva di rosmarino, e di erba bagnata. Piccole onde sbattevano lievi sulla sabbia quasi a lisciarla. Non sembravano mai soddisfatte del loro lavoro.

L’acqua sistemava ad ogni passaggio i granelli luccicanti. La spiaggia prendeva un’ombra nella sua linea di confine, per poi schiarirsi di nuovo, aspettando una nuova lisciatura.

Mille puntini sulla costa calabrese.

A guardarli bene luccicavano. Erano tondeggianti, con una spina in alto, quelle macchiette.

Elmi lucidi su una frotta di stanchi soldati. Alcuni erano in piedi e guardavano al di là dello stretto. Altri ancora bevevano, seduti su delle pietre.

“State vedendo anca vialter, Cavalier?”

“Sicür che lo vedo, ci mancava anche questa!” E si grattò la fronte.

“No…insuma, con tütt el rispett, intendevo… vedete che meraviglia… ” Aveva il capo chinato ed un tono deferente.

“Uè, ti, lechè, che vai cianciando? E’ meraviglioso che questo stramaledetto mare ci fermi l’avanzata? Monete, i franch, i sghèj… l’è quest che m’interessa!”

“Cume no, Cavalier, poi da là c’è la Sicilia.” La indicò.

“Ah! I Arabi!..Hanno il grano ‘sti siciliani?”

“Sì, gh’han la grana, ed ancha la cassata, Cavalier del Biscione!”

“Se l’è, una specie de cassöla?”

“No, l’è roba dulza, come il miele.”

“Alura andem a metti sota: conquistiamoli! Sem Lungubard, no? Dobbiamo portare un po’ di efficienza, qui nella Bassa! Abbiamo una missione! Gh’hemm de fai truttà un pù svelt, questi chì de la Bassitalia! Stanno semper a grattass i ball, ‘sti teruni! Come l’è che la fann?”

“Ricotta, sücher e frütta passa pregiata.”

“Bene, andèm de l’altra parte, alura!”

“Sì, sciur capo!”

“Ma…niente cannella? Propri minga minga?”

“No!”

“Mi disi che ci vuole! Ce la dovrebbero mettere ‘sti turcomanni.”

“Non ce la mettono. Faccio requisire de le navi per passà el mar”

“Che nav?”

“Sì, sciur cap, i nav!”

“Te vöret ciapam per el cü? Per chi mi hai preso? Io ci arrivo a cavallo da ‘sti siciliani! I mercanti si mettono in barca, io sono un Cavaliere! Fa’ preparà un punt…Voglio un ponte!”

“Cavalier…forse…un ponte…. el pararia un cicin esageraa. Non è che avete paur...”

“Sì!?! Cosa volete dire? Se te vöret dì, che gh’ho pagüra de fugà?Avrei paura di navigare?”

“No…Niente. Subit! Dico. Lo facciamo fare subito. Solo che è…è un po’ grand…”

“Seee??? E alura?”

“Lo faccio fare subito, sciur cap! Cume el vör lü!“

La notte avanzò senza curarsi troppo dei rumori sulla costa, che durarono fino al mattino.


“Chi minchia stanno firriando da ieri a Cannitello?”

“Sono Longobardi, Emiro.”

“E dovevano venire qui a fare questo ciaffico?”

“Pari che il loro capo e Cavaliere vole venire di qua de lo scitto.” Rispose l’attendente.

“E cu minchia c’iu vieta? Ma non ci n’è navi? Avi a fare stu rumuri solo pi chistu?”

“Emiro, quello lì ci vole venire a cavaddu!”

“Beddamaci, ora pure i noddici mi mancanu! E comi pensa mi passa u scittu a cavaddu?”

“Sta costruendo un ponte con ligni assai, ligati fotte fotte, ‘Miru.”

“Viri se esti modu uno mi si iasa a matina…e che voli veniri a fari c’a banda?” E sbuffò un poco.

“Pare che vole assaggiare la cassata. N’ce l’hanno nomitata e la vole provare!”

“Senti, mandaci du’ belli fagotti chini di cassati a stu carusu, che se contunua cu ‘stu burdellu mi schianta tutti i ceddi. Vogghiu iri p‘adorni rumani matina cu prestu!”

L’adorno in cielo, fece una virata e si allontanò. Non si sa mai.

“Fazzu mi’ praparu tutto, ‘Miro. Senza ‘dugio alcunu. Pimmittete che io mi allontani, pi’ fare approntare lo fagotto, come da Vossia cumannato!”

“Vai i prescia, che hanno buttato mezza foresta pi terra, per ‘sto ponte.”

“Ah…’Miro…un’ultima cosa…”

“Chi c’è ancora?”

“Il Cavaliere ci vole la cannella, nella cassata!”

“Chi cosa? E n’cu ciù rissi che n’ci vole la cannella n’ta cassata? Che minchia ci pare, mi veni dalla Longobardia mi mi ‘mpara comi si faci la cassata!?!”

“La voli colla cannella o veni mi sa pigghia i pissuna!”

“Ma non sinni potiva stari a casa soi? Va pigghia u libbru ri ricette, che n’ciu fazzu viriri iò, si n’ci voli o no la cannella!”

L’attendente si allontanò, per ritornare con in mano un libro impolverato.

“Vi la leggo para para, pi comi è scritta, ‘Miro.”

“Longobardi…mah…!” E_si mise a sentire con una mano sotto al mento.

“Allora…Pi’ fare cassata bona, mittete ricotta di nimale pecorino in mesura di cinque tolle, assieme a venti cocchiari de succaro fino, la buccia pistata di limoni di cedro e dieci petali di flore girsomino. Miscolate tutt…”

“Ahhh!!! C’era ‘a cannella?”

“No…”

“Allura sa poti sperdiri! O sa mangia bella e pulita, o poti girari a testa ru cavaddu pì supra e mi si n’di torna a casa soi!”


Il sole si gettò dietro l’Etna. Sulle due coste, falò alti. E due accampamenti.

Le fiamme coloravano di rosso la sabbia attorno. Piccole e mutevoli ombre disegnavano avvallamenti, monti, per poi rinnegare tutto un secondo dopo.

Dalla costa siciliana, uguali fiamme si rispecchiavano sull’acqua nera, per arrivare, onda dopo onda, fino agli occhi dei soldati longobardi.

Linee luminose e colorate univano i due accampamenti. Delle strisce rosse legavano i due eserciti. Si vedeva il sinuoso ondeggiare di quei tratti affocati. Come sottili strade gettate attraverso lo stretto. Ogni tanto si sollevavano, poi seguivano l’onda fino alla riva, per srotolarsi davanti alla sabbia.

“Ueh, ma guarda quanta béla roba che gh’hann chi negher chì!… Certo che ne hanno di posti belli!” Si avvicinò ad un falò e si scaldò le mani, che si colorarono di rosso e si stagliarono sul cielo nero.

“Non sono negri!” Anche l’altro si avvicinò al fuoco.

“Se hinn minga negher, saran negri schiariti” E il longobardo strabuzzò gli occhi dall’altra parte dello stretto, come se ne potesse intuire le fisionomie.

“Neanche!”

“Scultemm, il Cavalier el m’ha mandaa in gir per el mund in lungh e in largh. Come posso tenere il conto di quelli che vuole conquistare? “

“Hinn arabi, questi! Fa frecc, neh? Proprio freddo!”

“Sì…questo vento…ma non potevamo costruire delle navi? Basta abbattere alberi...Ghe na pödi pü de tajà piant”

“Lü el dis che inscì se lo ricorden fin che campen, ne parleranno tutti fino alla fine dei giorni!”

“Mi disi che se la ricorderanno anca senza ponte.”

“Ti te diset che è anche umido? Mi sunt mai staa visin al mar. Senti fin el ghiaccio denter. E me fa paura. Senti le onde e ti a vedet no. Stamattina l’era spendido. Adess… l’è bel ammoo, ma l’è talment scür e denso che mi copre di inquietudine.”

“Dorma, dormigh sura. Dormi, dai!”

“Ho freddo. Gh’ho frecc ”

“Dorma”

“Va beh!”


L’adorno approfittò della giovane luce portata dal mattino e fece un giro tra le coste.

Da una parte, una calca disordinata di soldati che cercavano di vedere cosa stesse succedendo. Dall’altra, tutto era un fervore.

Drappelli di uomini disboscavano i fianchi delle colline. Dove c’era un bel verde si era creato un avvallamento ocra. Nubi polverose impedivano la vista della costa dall’alto. Sembrava della fuliggine uscita da un vulcano. Ondate color terra si ispessivano fino a nascondere il mare. Piccole schegge di quarzo raspavano in gola, rendendo difficile il respiro. Una prima colonna di tronchi era stata approntata sulla costa calabrese. Dall’alto, tutto era confuso ed indistinguibile.

La chiazza smeraldo era diventata sterrata nel giro di una notte. Macchie spente di vita ed offuscate. La luce morta dentro di esse. Dove era finita la vitalità del giorno prima? Quel verde vivido, quelle ondate di vento fresco, la voglia del domani. Dove era andato il profumo del rosmarino, i passi svelti delle onde? Dove il pervinca acceso delle onde spumeggianti? Dove era finito l’odore delle alghe?


“E cu sunnu ‘sti sordati?”

“Longubardi!” Rispose un soldato arabo. Aveva una armatura slacciata sul corpetto e l’elmo poggiato vicino ai piedi. Sul petto lo stemma di un’aquila con dei fulmini tra gli artigli.

“Ah! E che fannu a gara cu l’Etna? Iasanu purbirazzu a non finiri!”

“Vogghiunu pi’ mi fannu un ponti pi passari il mare!”

“Pi mi fannu chi???” E scosse la testa.

“Il loro Signore vuole una cassata!”

“Ah…e diri che mi pariva fissa l’Emiro…”

“Sì…’fatti iddu la voliva mannare.”

“E poi?”

“Poi seppi chi il cavaliere voliva la cannella sulla cassata e non si fici nenti!”

“Allura ieu n’daviva ragiuni puru sull’Emiru!”


Scese la notte, perché così accade, ma quella volta fu diverso.

Una nebbia malinconica avvolse lo stretto. Non era usuale per quei luoghi. Una leggera patina color panna offuscò le rive. Solo un piccolo interstizio era libero sul pelo dell’acqua. Potevi vedere quelle onde nere rese lucide da una luna curiosa. Sembrava volessero grattare quel tetto di latte. Spuma in alto, come dita protese su quella soffice coltre.

E poi attorno bianco,bianco, bianco.

In cielo si vedeva solo l’ indistinta puntinatura delle stelle; in basso, i falò dei campi disegnavano immaginarie costellazioni apocrife.

“Lo sento ancora addosso, el frecc de l’altra notte!” Disse il soldato longobardo.

“Anca mi…”

“Ma l’è no propi frecc. Non saprei come dire. Non freddo, l’è una roba che la manca denter . E pö, ‘sta nebia…”

“Gh’ho anca mi el gel nelle ossa, mi sento il ghiaccio dentro.”

“L’è cume un fiore ch’el diventa appassito davanti agl’ occhi. Vuraria savè se l’è che femm chi nüm? Cosa ci facciamo noi qui?”

“Sai, ‘sta nebia c’era semper a casa, l’è roba de stagion. Mi stevi vicino al camin. Me guardavi i man. Mi piaceva sentì che si scaldavano intanta che i a guardavi in d’el barlüm del fuoco. El cuntorno rosso, la pelle trasparenta. E fuori la nebia intramezz i rami di pin”

“Sì… Lo senti ancora el prufüm de la zuppa de bababietola? El vapur el veniva fuori di caldare così gras che quasi non passava in d’el camin. A tri o quater spanne dal camino c’era tüta la mia vita. Era tutta lì! Lauravi tutto el dì in campagna per tornare a quel tepur lì, per stare con la scodella calda in d’i me man. Per sentì i me bambini sfregass nei loro lettini. Mi sembra di sentirli ancora adesso”

“Vuraria savè se l’è che femm nüm chì. Cosa ci facciamo, noi, qui? Cosa ci resterà di tutto questo quando avremo finito i nostri giorni?”

“Una volta el ‘Delmo el giocava sota al tavolo e la Matilde l’era minga buona de tegnil quieto. Correva, correva, de chì e de là, fina a che urtò la punta del mio coltello e el s’è spungiüü il dito. Non si fece molto male, el s’è faa nient, ma la pel de bianca l’è diventada russa. La faccia l’è diventada smorta e gli occhietti erano sbarati de la pagüra. E te set la prima roba che gh’è vegnüü in ment de fà? Sai cosa fece come prima cosa?”

“Cosa?”

“L’ha minga strengiüü el dito o l’ha succhiato come fann i fiulinn. No, non lo fece. Si girò e mi guardò. Gli bastò vedermi chiett e tranquil, mentre mi scaldavo al fuoco per fagh ciapà curagg. El gh’aveva tre anni. Strofinò el did sü la giachetta e guardò con orgoglio la sua mama. Neanche un pianto o una lacrima. L’ha frignaa no. Vedevi le gocce del suo sangh sul tavolato, ma lui si sentiva sicuro visin a mì. El ‘Delmo sarà così grande adesso…Chissà s’el se ricorda de mi? Farò ancamoo_in tempo per vederlo crescere? Chi mi ridarà indietro i miei giorni perduti?”

“Sai, pensi anca mi a la mia casa… la dumenica matina, de bun’ura, andavi a caccia. Quel bel rumore d’i me passi sulla neve soffice. L’udur d’i pin strapazzaati del vent frecc. El fiato cald mi ritornava da la me buca in sü la faccia ghiacciata. Vedevo il muschio in su i piant. L’era tut cuvert di ghiaccio. Vedevo degli ammassi che parevan faa de cristal fin, de quel fin che una volta hu vist nella tavola del sciur Baron. E denter, in mezz, quel soffice tappeto verde, intrapulaa “Come noi… intrapulaa ‘me nüm”

“Come noi! … intrapulaa”

“Dorma, adess!”

“No, che dormi no! Stanotte dormi propi no! Stanotte non dormirà nessuno! Stanott gh’ha de durmì nisün”

Il sole si aggrappò sulle cime dell’Aspromonte, come un guerrigliero mandato in avanscoperta a confermare ciò che già si sapeva. Non vedevi neanche uno spicchio dell’Astro, ma solo i fusti degli alberi arrossarsi e diventare traslucidi. Le nuvole più in alto erano color ciliegia, mentre quelle poggiate sui monti erano di piombo. Tutto taceva, solo in alto un adorno faceva dei giri larghi. Un raggio di sole si fece largo nel bosco, sulle cime e scaldò le coste vicine.

Questo si vide: due torri di legno incomplete ed abbandonate, due accampamenti smobilitati di fretta, due uomini vestiti con corazze splendenti e costose che si guardavano attraverso il mare, mentre attorno non c’era più nessuno, ed un grande arcobaleno che univa la costa calabrese con quella siciliana.

Il Cavaliere si girò attorno in quel campo oramai deserto e si mise seduto da solo su una pietra a guardare il mare. Quelle strisce colorate che si lanciavano in alto da una sponda, per ricadere soffici sull’altra. Sembrava che i raggi di sole prendessero la rincorsa dalle pendici più alte, per saltare su quel ponte di aria ed acqua. Schegge di luce che si immergevano su strade indaco, cobalto, giacinto, amarena, zafferano.

L’adorno si tuffò dentro l’arcobaleno fino a diventare un puntino.


“Ta diset che il ‘Delmo mi riconoscerà?”

“Sicür, stanne certo!


------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

"Lo sguardo dell'adorno" di Enrico Antonio Cameriere dal libro "No ponte" Città del sole edizioni. 

Il volume aderisce inoltre ai principi del copyleft che permette infatti la libera circolazione dei testi, purché non a fini di lucro e a condizione che venga citato l’autore. 

Create a website