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Ucciderò Piero Pelù

 

In una Milano degli anni Novanta, Arturo Catalano, un giovane di talento che ha splendide intuizioni visive, si sta preparando alla lavorazione di un film indipendente, come direttore della fotografia.
Con l’inizio della realizzazione del film la sua vita reale pare confondersi spesso con la storia che sta cercando di riprodurre. La linea di demarcazione tra i due mondi diventa sempre più esile. Nella sua mente l’ossessione per la luce, vista come elemento catartico e di astrazione, si fonde con il suo rapporto tormentato con le donne. Cova una non dichiarata misoginia derivante dall’incapacità di rapportarsi con le ragazze.
Il registro della narrazione è mutevole, spesso ironico, ma anche surreale e drammatico, a tratti noir.
Nel mondo interiore di Arturo prendono vita vere e proprie personificazioni che gli consentono di avere un dialogo che sempre di più gli manca nel reale. In questa situazione, quasi per focalizzare la sua crescente rabbia verso il mondo, Arturo concentra il suo odio su Piero Pelù, colpevole di avere una relazione con una ragazza da lui amata tempo prima.
Allora la sua furia rabbiosa gli prende la mano.

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Incipit

 

An​che io sono sta​to gio​va​ne, un tem​po.
Ci sono del​le note che riem​pio​no un’in​te​ra emo​zio​ne.
Can​zo​ni che rie​sco​no a evo​ca​re sen​sa​zio​ni.
A quei tempi sentivo i Joy Di​vi​sion. Li ascoltavo per strada con il walk‐

man, a casa con lo stereo, se non li avevo con me, li fischiettavo in testa. Non avevo la macchina, altrimenti li avrei sentiti anche lì. Non so cosa mi piacesse in loro, se la musica o la loro aura di artisti maledetti. Mi atti‐ ra​va​no e ba​sta.

Li stavo sentendo anche in quell’occasione. Che altro dovevo ascolta‐ re? Li avevo in testa! Ero al centro di Piazza Duomo, walkman alla cintura e cuffiette nelle orecchie. È una sensazione unica sentire la musica mentre si cammina. O anche da fermi, in mezzo a Piazza Duomo, a Mi‐ la​no. Ci si crea la co​lon​na so​no​ra del​la vita.

Afferrai le forbici e cercai di fare un taglio perfetto. Un bisturi nelle mie mani. Che sentimento pieno, il mio! Ritagliai con precisione l’articolo del concerto e lo affissi alla bacheca di sughero. C’era anche un primo piano del cantante, nel camerino, mentre fumava un sigaro. Ave‐ va le basette lunghe e la barba di tre giorni. Ritagliai e appesi anche quella. Mi allontanai per osservare l’effetto d’insieme. Mi riavvicinai e cer‐ chiai an​che la foto con l’e​vi​den​zia​to​re. Un ge​sto sec​co e de​ci​so.

Uc​ci​de​rò Pie​ro Pelù.

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